In seguito alla caduta della Signoria Carrarese nel 1405 Venezia inizia ad ampliare i suoi possedimenti verso la terraferma. Con la sconfitta di Agnadello nel 1509 la classe dirigente veneziana comincia a spostare i propri investimenti dal mare all’agricoltura. La Repubblica attua una politica di graduale organizzazione della terraferma, attraverso imponenti opere di sistemazione idraulica e stradale, la cui massima espressione visiva è il sistema delle ville venete: tra il XV e il XIX secolo furono costruite più di quattromila ville. Il censimento effettuato dall'Istituto Regionale Ville Venete ne ha catalogate 4.232, molte delle quali sono aperte al pubblico.

Nate come centri direzionali di controllo e raccolta della produzione agricola, in seguito diventano residenze di prestigio del patriziato veneziano. La nobiltà veneziana converte in villa le antiche architetture castellane, rendendo nel tempo le dimore di Terraferma sempre più elegantemente veneziane. Seguendo la norma ovidiana secondo cui bellezza e utilità devono sempre coniugarsi, le ville venete furono dotate di giardini, ma anche di “broli”, “pomari” e orti, sul prototipo dell’abitazione di Francesco Petrarca nel borgo di Arquà. Le ville palladiane sono l’esempio più eloquente del legame fra architettura, giardino e paesaggio, come ben dimostra villa Capra a Vicenza, meglio conosciuta come la Rotonda.

Nel Settecento la villa tende a perdere la sua funzione pratica e a trasformarsi in luogo di delizie e villeggiatura, come avviene lungo la Riviera del Brenta che copia la disposizione dei palazzi lungo il Canal Grande, per diventare un’ideale continuazione di quest’ultimo in terraferma: tra le più note ricordiamo villa Foscari, detta la Malcontenta, e villa Widmann Foscari Rezzonico. I giardini assomigliano sempre più al modello francese, non a caso villa Pisani a Stra, ora Museo Nazionale, è considerata la Versailles del Veneto, per la grandiosità dell’edificio e l’estensione del giardino.